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16 Dicembre 2017 - 00:46
NOVITA'
Costa Rica
Esiste una leggenda che si racconta da secoli tra gli indigeni della Cordigliera di Talamanca, la catena montuosa che attraversa il Costa Rica e finisce nello stato di Panama: secondo i nativi di questa zona una rana molto timida e rara vive nelle foreste di queste montagne, dove il clima cambia di continuo e le nuvole basse danno all’ambiente un’atmosfera di mistero. La rana d’oro (ovviamente) puo’ essere trovata solo dopo molti tentativi e una ricerca paziente, ma la ricompensa per il fortunato e’ unica: si dice infatti che doni la felicita’ a chiunque la porti con se’. Molti sono partiti alla sua ricerca, e alcuni sono riusciti a vederla, solo pochi a catturarla. Ancora meno quelli che l’hanno tenuta con se’ per un certo periodo.Un uomo trovo’ la rana , la prese, ma dopo un po’ la rilascio’ perche’ non si rese conto di essere felice; un altro invece trovo’la felicita’ troppo dolorosa. Secondo gli indigeni siamo tutti in cerca della rana d’oro, nacosta da qualche parte. Ma sapremo riconoscerla? Chi abbia voglia di iniziare la ricerca puo’ visitare quello che oggi e’ il Parque Internacional de la Amistad (Parco internazionale dell’amicizia), una delle zone piu’ interessanti del pianeta dal punto della diversita’ biologica. Cio’ significa che in uno spazio relativamente piccolo sono presenti una quantita’ di habitat parecchio al di sopra della media. La sua superficie (circa 200.000 ettari) comprende foreste pluviali, foreste tropicali e subtropicali, e picchi rocciosi che raggiungono i 3000 metri: la diversita’di clima e’ dovuta alle forti variazioni di altitudine, alla stratificazione del suolo e alla topografia, e il fatto di avere cosi’ tanto materiale biologico a disposizione in un raggio limitato ha fatto si’ che scienziati di tutto il mondo, soprattutto inglesi, tengano costantemente monitorata la situazione ambientale. Anche i governi delle due nazioni interessate (Costa Rica e Panama) hanno fatto la loro parte, tutelando questo territorio a partire dagli anni 80, quando decisero che la priorita’ era migliorare le condizioni di vita dei gruppi indigeni che da sempre abitano questa regione e coinvolgerli nella conservazione dell’ambiente; ad oggi si contano circa ventimila abitanti , divisi tra le tribu’ dei Chirripo’, Taini’, Talamanca, Kekoldi, Salitre e Cabagra. Da quando il loro “cortile di casa “ e’ diventato una riserva naturale anche la loro vita e’ cambiata: sono diventati un po’ i guardiani del parco e sono stati istruiti sui rischi di estinzione che alcuni animali corrono. La parola d’ordine in questi casi e’ riforestazione, una pratica che puo’ sembrare assurda nell’intricata selva tropicale, mentre e’ l’unica difesa di fronte al commercio di legni pregiati e all’agricoltura invasiva. Negli ultimi anni sono stati sviluppati diversi progetti di conservazione e di valorizzazione: uno di questi, conclusosi lo scorso anno e sostenuto dal Grupo Ecologista de Renacimiento para la Proteccion del Parque, ha riguardato la zona di confine tra Costa Rica e Panama. Gli obbiettivi erano diversi: creazione di corridori biologici, incontri con la popolazione locale per renderla consapevole dell’importanza del parco e suggerire soluzioni per una agricoltura piu’ rispettosa dell’ambiente. Sono stati piantati 40.000 alberi e coinvolte una cinquantina di famiglie e naturalmente le scuole; attivita’ di questo tipo sono un’assicurazione sulla vita della foresta. Tutto si e’ svolto nella zona di confine Costa Rica-Panama, la parte meno selvaggia della riserva: ma cosa possiamo incontrare se ci inoltriamo nel profondo del parco? La flora si divide in boschi pluviali e tropicali, con diverse sotto-classificazioni. Numerosi sono gli inventari floristici realizzati tra le montagne del PILA, l’ultimo dei quali riporta 1.748 speci di piante e alberi, alcuni dei quali sono ancora oggi usati dai nativi con fini medicinali e alimentari. Ci sono alberi considerati sacri, oggetto di venerazione o di timore a seconda che siano legati a spiriti benigni o malvagi. Impressionante la varieta’ di orchidee, soprattutto al di sopra dei 600 metri. La presenza di alcune speci e’ indice della salute biologica del Parco e dello stato di conservazione della flora: ci sono tratti di vegetazione che mantengono inalterate le loro condizioni climatiche da migliaia di anni e vengono visitate dagli archeologi. Per questo e’ fondamentale che la popolazione sia cosciente del tesoro che si trova intorno, un tesoro in continuo silenzioso movimento e densamente popolato. Da uccelli rapaci, pesci velenosi, serpenti, insetti, coccodrilli e solo la Natura sa cos’altro. Sono state censite un centinaio di speci di mammiferi, tra i cuali numerosi primati como la scimmia urlatrice (Aluolatta palliata), la scimmia ragno colorata (Ateles geoffroy) e la “mono cariblanco” (Cebus capucinus) che prende il nome dal pelo bianco che ricopre il suo volto; il parco ospita anche speci minacciate dall’estinzione, come il celeberrimo tapiro (Tapirus bairdii). La ricchezza faunistica comprende 90 tipi di anfibi diversi, tra cui la rana arlecchino (Atelopus hiriquensis) e il rospo “espinoso” (Bufo coniferus), e naturalmente non mancano i serpenti velenosi, come il Corallo (Micrurus mipartitus), riconoscibile dalla colorazione nero-arancio, e altri rettili interessanti come la salamandra “pulmonada”, che nel corso dei secoli si e’ resa conto di non aver bisogno dei polmoni, perche’ la sua pelle da sola ha imparato a respirare.Tra le piu’ di 400 speci di uccelli che sono state censite ad oggi, spiccano diversi tipi di aquile, il mitico rapace tanto caro al continente. Fittissime le colonie di colibri’,e i piccoli stormi di pappagalli e tucani, speci in pericolo di estinzione. Indimenticabile deve essere la vista del famoso Quetzal (Pharomachrus mocinno), uccello dal piumaggio verde venerato in America Latina dalle civilta’ pre-colombine (Inca, Maya, Azteca); si usavano le penne della coda del maschio, lunghe fino a 70 cm., per adornare i copricapi dei re; l’uccello non veniva ucciso ma catturato e poi rilasciato affinche’ la coda potesse ricrescere. Oggi questo volatile presta il suo nome alla moneta corrente del Guatemala (di cui e’ simbolo nazionale) ed e’ una specie a rischio, ma sotto controllo. Non sono invece a rischio le colonie di farfalle che popolano non solo il parco ma un po’ tutto il territorio boschivo del Costarica. All’apice della catena alimentare, i grandi felini presenti in queste latitudini, come il gatto-tigre, il puma e il giaguaro. Quest’ultimo e’ considerato un animale sacro, potente, elegante e solitario. Sia il puma che il giaguaro sono speci a rischio, cacciati nei secoli per la loro pregiata pelliccia: fino agli anni ‘70 era normale per un costarricense della zona arrotondare lo stipendio andando a caccia di felini, la cui pelle poteva valere 6 mesi di stipendio. Sono difficili da avvistare, a meno che non si abbia a disposizione un po’ di tempo per poter tentare un approcio, magari in una notte di luna piena e con un po’ di carne nello zaino.
Naturalmente questa enorme riserva di foresta vergine e’ accessibile solo in parte, ma ci sono molte aree visitabili e possibilita’ di pernottamento, a patto che ci si doti di un mezzo 4x4 per raggiungere i punti di osservazione: le zone piu’ accessibili sono quelle di “Tres Colinas”, “Santa Maria de Pittier” e “Biolley”. Calcolando la partenza dalla capitale del Costa Rica (S.Jose) sono necessarie dalle 7 alle 9 ore di viaggio e il settore Biolley e’ quello con strade migliori, percorribili tutto l’anno (da gennaio ad aprile anche con auto normali e minibus). Gli eco-alberghi e le “cabañas” (bungalows) dove fermarsi a dormire formano parte dell’esperienza e sono in perfetta simbiosi col paesaggio che le circonda: un buon esempio al www.selvabananito.com





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